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𝗜𝗠𝗠𝗨𝗡𝗜 𝗦𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗔𝗡𝗧𝗜𝗖𝗢𝗥𝗣𝗜?


𝘖𝘨𝘨𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘣𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘯𝘰𝘵𝘪𝘻𝘪𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘪𝘦𝘯𝘦 𝘥𝘢𝘪 𝘤𝘰𝘭𝘭𝘦𝘨𝘩𝘪 𝘪𝘮𝘮𝘶𝘯𝘰𝘭𝘰𝘨𝘪 𝘴𝘷𝘦𝘥𝘦𝘴𝘪. 𝘜𝘯𝘰 𝘴𝘵𝘶𝘥𝘪𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘥𝘰𝘵𝘵𝘰 𝘴𝘶 𝘴𝘰𝘨𝘨𝘦𝘵𝘵𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘷𝘢𝘭𝘦𝘴𝘤𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘦 𝘴𝘶 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘦𝘳𝘢𝘯𝘰 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘦 𝘦𝘴𝘱𝘰𝘴𝘵𝘦 𝘢𝘭 𝘷𝘪𝘳𝘶𝘴 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘢𝘮𝘮𝘢𝘭𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘢𝘷𝘦𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘱𝘳𝘰𝘥𝘰𝘵𝘵𝘰 𝘢𝘯𝘵𝘪𝘤𝘰𝘳𝘱𝘪 𝘩𝘢 𝘳𝘪𝘷𝘦𝘭𝘢𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦, 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘯 𝘢𝘴𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘥𝘪 𝘢𝘯𝘵𝘪𝘤𝘰𝘳𝘱𝘪, 𝘪𝘭 𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘮𝘢 𝘪𝘮𝘮𝘶𝘯𝘦 𝘦̀ 𝘪𝘯 𝘨𝘳𝘢𝘥𝘰 𝘥𝘪 𝘥𝘪𝘧𝘦𝘯𝘥𝘦𝘳𝘤𝘪 𝘥𝘢𝘭 𝘷𝘪𝘳𝘶𝘴.

Per tutti noi, essere “immuni” a un virus vuole dire avere anticorpi che lo riconoscono e lo bloccano. Negli ultimi giorni abbiamo sentito notizie non molto incoraggianti sull’argomento. Pare che gli anticorpi durino pochi mesi e poi svaniscano. E’ ancora troppo presto per tirare conclusioni perché il periodo di osservazione dall’inizio dell’epidemia è ancora troppo breve ma non nascondiamoci che la notizia ci ha lasciati un po' delusi.

Sappiamo però, dagli studi fatti sui pazienti convalescenti dalle due malattie precedenti causate dai cugini del SARS-CoV-2 (il virus della SARS e quello della MERS) che c’è un altro tipo di immunità che dura nel tempo e che potrebbe essere più importante degli anticorpi. 𝗟𝗮 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗺𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗶𝗺𝗺𝘂𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗰𝗲𝗹𝗹𝘂𝗹𝗮𝗿𝗲. Sono i nostri linfociti T che, quando incontrano un virus, si attivano e passano da uno stato chiamato “naive” (per dare l’idea di una cellula che si fa sorprendere senza essere pronta ad entrare in azione) ad uno stato di linfocita “memoria” che si ricorda di avere già visto il virus ed è pronta a eliminarlo appena entra nel nostro organismo. In altre parole, un linfocita che non si fa prendere in contropiede. La figura che trovate in fondo al post illustra un linfocita T memoria che attacca una cellula infetta e la elimina.

𝗘 𝘃𝗲𝗻𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗶𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮 𝘀𝘃𝗲𝗱𝗲𝘀𝗲. I colleghi hanno misurato la presenza in quattro gruppi diversi di soggetti degli anticorpi che bloccano il virus e dei linfociti T che eliminano le cellule infette dal virus.

Il primo gruppo era costituito da pazienti con forme di malattia moderate o severe seguiti durante la malattia e durante la convalescenza. Il secondo gruppo, pazienti che si erano infettati ma che avevano avuto pochi sintomi se non addirittura erano rimasti asintomatici (aggiungo una curiosità: tutti provenienti dal nord Italia). Il terzo gruppo: soggetti che erano stati in stretto contatto con i pazienti ma non si erano infettati (negativi al tampone). Quarto e ultimo gruppo: soggetti sani che erano stati prelevati prima dell’inizio dell’epidemia. Un totale di 203 soggetti studiati.

La tecnica utilizzata nello studio è molto simile a quella utilizzata dal gruppo di Andrea Cossarizza nel suo importantissimo lavoro che ho descritto nel post precedente. Consiste nel fare passare le cellule del sistema immunitario, una per una, attraverso una specie di metal-detector che, con l’aiuto di sonde particolari, permette di dare ad ogni cellula un nome e una carta di identità. Processo complicatissimo che funziona solo grazie all’aiuto di complessi algoritmi di analisi dei dati e che permette di capire come i vari tipi di cellule si organizzano per ottimizzare il sistema di difesa.

I risultati ottenuti nei pazienti con forme di media e grave entità della malattia hanno sostanzialmente confermato quanto scoperto dal gruppo di Cossarizza. Durante la malattia i vari gruppi di linfociti partono tutti in guerra contemporaneamente contro il virus e finiscono per farsi la guerra fra di loro. Una guerra che danneggia il polmone e tanti altri tessuti del corpo, con una reazione infiammatoria esagerata. Quando però passa la tempesta, durante la convalescenza, i linfociti rimangono in circolo e si trasformano in cellule “memoria” capaci di entrare subito in azione ad un successivo incontro con il virus nel corso del quale saranno avvantaggiati dalla loro nuova capacità di ricordarselo e eviteranno di fare gli errori fatti al primo incontro. E’ ancora troppo presto per dire quanto tempo rimarranno, ma le analogie con SARS e MERS sono incoraggianti.

E veniamo al secondo gruppo di pazienti: quelli che avevano avuto una forma molto leggera di malattia. Anche loro sviluppano i linfociti T memoria, ma non tutti hanno gli anticorpi. La differenza fra le due risposte, gli anticorpi da una parte e i linfociti T dall’altra diventa ancora più evidente quando si analizzano i dati del terzo gruppo: i soggetti che erano stati in contatto con i pazienti ma non si erano infettati. Di loro solo il 60% hanno fatto gli anticorpi ma tutti hanno sviluppato i linfociti memoria. In altre parole, delle due risposte, quella dei linfociti T è molto più sensibile alla presenza del virus e può scatenarsi anche in presenza di piccole dosi di virus come nel caso delle persone che sono entrate in contatto con i pazienti ma non si sono contagiate.

L’ultimo gruppo, quello dei soggetti sani prelevati nel 2019 quando il virus ancora non circolava ha riservato un’altra sorpresa: una percentuale significativa avevano linfociti T specifici per il virus, senza averlo mai incontrato. Nessuno di loro aveva gli anticorpi. Risultati simili sono stati riportati dal gruppo di Alessandro Sette (trovate un commento a questa ricerca nel mio post del 17 maggio dal titolo 𝘾𝙊𝙑𝙄𝘿-19 𝙀 𝙍𝘼𝙁𝙁𝙍𝙀𝘿𝘿𝙊𝙍𝙀). Sono linfociti che reagiscono contro coronavirus molto simili al SARS-CoV-2, quelli che causano il comune raffreddore. In questo caso di parla di “𝗶𝗺𝗺𝘂𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗶𝗻𝗰𝗿𝗼𝗰𝗶𝗮𝘁𝗮” per dire che un virus può stimolare una risposta contro un virus diverso ma simile. Sarà molto importante nei prossimi mesi capire in che misura questa immunità incrociata contribuisce a proteggerci.

𝗜𝗻 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗹𝘂𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲: lo studio svedese ci insegna che anche in assenza di anticorpi possiamo sviluppare una forma di immunità protettiva. E’ una gran bella notizia. Se sospettiamo di essere stati in contatto con il virus e di averlo controllato, o se ci siamo ammalati, una eventuale negatività ai test sierologici dopo due o tre mesi non vuole dire automaticamente che non siamo immuni. Purtroppo non abbiamo a disposizione tecniche di analisi della risposta cellulare abbastanza semplici da essere applicate su larga scala. Si possono utilizzare solo nel quadro di ricerche cliniche ma non ancora in una diagnostica di routine.

Lo studio ci fornisce anche indicazioni utili su come indirizzare la ricerca del vaccino. Non è un caso che gli autori dell’articolo, nelle loro conclusioni, citano lavori su vaccini sperimentali della SARS basati sulla stimolazione dei linfociti T con risultati molto promettenti. I vaccini di cui sentite parlare oggi sono tutti focalizzati sull’induzione di anticorpi. Uno sguardo diverso ci darà forse indicazioni utili per strade alternative. Anche perchè il ruolo degli anticorpi è ancora tutto da capire. Da un punto di vista immunologico classico parrebbe verosimile che anche bassi livelli di anticorpi, in presenza di una forte immunità cellulare, combinati insieme garantiscano un buon livello di protezione. Ma per ora non abbiamo certezze.

𝗖𝗼𝗻𝗰𝗹𝘂𝗱𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝘂𝗻’𝗶𝗽𝗼𝘁𝗲𝘀𝗶. Il sistema immunitario può reagire all’incontro con il virus in due modi diversi: con una risposta esagerata e scoordinata che causa la malattia o con una risposta più moderata che ci protegge dalla malattia. Entrambe le risposte generano memoria immunitaria. La scommessa della ricerca sarà di capire perché in alcuni casi il sistema si iperattiva e in altri no. E come agire su questo delicato meccanismo spingendo il sistema immunitario nella direzione giusta. Sembrerà paradossale ma oggi abbiamo a disposizione farmaci molto efficaci a sopprimere la risposta immunitaria che ci aiuteranno molto nella gestione della malattia nelle sue manifestazioni più gravi (trovate informazioni nell’ultimo mio post). Ma manchiamo completamente di farmaci che modulino il sistema immune senza iperattivarlo che ci potrebbero aiutare a non ammalarci e forse anche a non contrarre l’infezione. Un paradosso tutto immunologico. La risposta forse la troviamo in alcune molecole di origine naturale sulle quali da tempo si è focalizzata l’attenzione dei ricercatori. Ne parleremo nel prossimo post.

Per chi desidera approfondire allego il link alla ricerca svedese. Preciso che il lavoro non è ancora stato sottoposto alla verifica abituale a cui sono sottoposte le ricerche scientifiche e che potrebbe subire delle modifiche in corso di pubblicazione:

https://www.biorxiv.org/content/10.1101/2020.06.29.174888v1


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